Welfare Stratta

Welfare, Stratta: «Partecipazione è la chiave del benessere»

Guido Stratta, Presidente dell'Accademia della Gentilezza e già Direttore People and Organization del Gruppo Enel, indica le tappe per passare dal concetto di protezione, cioè il tradizionale “ welfare”, al più ampio concetto di benessere della persona, il c.d.“ wellbeing”. Una prospettiva che non si ferma agli aspetti materiali e agli spazi fisici ma che include anche la dimensione relazionale.

Nell'articolo del Messaggero si approfondisce questa nuova visione aziendale che per concretizzarsi richiede l’impegno costante da parte della leadership, perché chi ricopre ruoli apicali ha la responsabilità di trasmettere a tutta l’organizzazione modelli orientati alla partecipazione e alla costruzione di senso di comunità.

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Unicorni scornati

Unicorni scornati | Giovanna Dossena: «Tutti cercano quel tipo di azienda. Ma per chi investe è meglio guardare alla longevità delle imprese»

«L’unicorno si crea nel tempo. Un valore che si genera nel corso degli anni dà fiducia e attrae altri investimenti».

Giovanna Dossena, Founding Partner & Chairman di AVM Gestioni, ha spiegato a StartupItalia l'importanza di andare oltre il breve periodo. La comunicazione trasparente, coerente e coinvolgente svolge un ruolo cruciale nel fare squadra e contribuisce a costruire una reputazione solida e affidabile, dimostrando agli investitori l'impegno a lungo termine e il valore dell'organizzazione.

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Decisivo il capitale umano

Decisivo il capitale umano. L'impresa è come un’orchestra

Giampaolo Grossi, CEO di Giacomo Group nell'articolo dal titolo "Decisivo il capitale umano. L'impresa è come un’orchestra" spiega a La Provincia che il primo fattore di successo in un'azienda sono le persone. Sono tutte le persone, nessuno escluso, che contribuiscono con responsabilità e impegno a costruire giorno per giorno senso di comunità.

In sintesi significa: prossimità, motivazione e coesione, anche in momenti di difficoltà.

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rizzolatti imporre o meddellare i comportamenti

Imporre o modellare i comportamenti? Dalla scienza un approccio alla comunicazione dei Leader

Contributor: Giacomo Rizzolatti MD,
Professor of Human Physiology
Socio Nazionale Accademia dei Lincei
Foreign Member of the Royal Society
Foreign Member of the National Academy of Sciences, USA

Si pone spesso l’accento sui comportamenti che dovrebbe avere un leader e su come dovrebbe essere una leadership empatica, attenta alla valorizzazione della relazione e della persona.
Temi sollevati dai “disastri” di leader poco comunicativi, esigenti e non attenti a costruire rapporti di collaborazione autentici, i cui risultati sono tangibili in termini di malessere aziendale, scarsa produttività e alto tasso di turnover del personale.

Perché alcuni tipi di approcci funzionano e altri no?

Chiunque di noi, volente o nolente, diventa un modello per le persone con cui si rapporta, siano esse amici, famigliari o colleghi di lavoro. Così, chi occupa un ruolo di responsabilità, a tutti i livelli dell’organizzazione, è un modello di riferimento all’interno dell’azienda che dirige. Pertanto, un CEO che agisce comportamenti empatici, verbali o non verbali, metterà i collaboratori nelle condizioni di generare azioni del tutto simili, promuovendo un circolo virtuoso basato su vicinanza e fiducia, con importanti e positive ripercussioni sul clima aziendale e sulla produttività.

Rizzolatti modellare comportamenti

Se un CEO fa propri certi comportamenti, come l’utilizzo dell’empatia affettiva, cognitiva o motoria nella comunicazione con i colleghi, può massimizzare la sintonizzazione interpersonale, favorendo l’espressione di tendenze similari nel team di lavoro. Un processo tanto più efficace, quanto più il leader è consapevole del profondo impatto che le proprie parole e le proprie azioni hanno sugli altri ed è quindi in grado di modularle al meglio.

Il c.d. “CEO activism” è un fenomeno abbastanza recente, ma già molto rilevante, che vede molte figure manageriali di spicco spendersi su temi strategici e condividere opinioni sulle reti digitali (es. i social network, mettendosi quindi in relazione con il pubblico esterno all’organizzazione e, di fatto, rendendo sempre più sottile il confine fra ciò che è pubblico e ciò che è privato (nel senso di interno all’azienda o che addirittura appartiene alla sfera personale).

Prendere posizione o esporsi in modo chiaro sulla rete e all’interno dei propri profili professionali o aziendali rappresenta in sé uno strumento di comunicazione e modellamento importante attraverso il quale il leader, rendendo fruibile al pubblico la propria identità e i propri valori di riferimento, crea un contesto di fiducia ed empatia all’interno del quale trovano visibilità e consenso i temi per lui importanti.

Un Presidente, un CEO, così come in generale il Top Management, si devono quindi spendere in prima persona se vogliono generare e modellare cambiamenti di qualche misura nel pubblico esterno, così come nel contesto organizzativo interno. La comunicazione verbale e non verbale, in presenza o digitale, rappresenta l’elemento chiave di questo processo.

Tutto ciò si basa su un importantissimo processo di apprendimento di cui disponiamo e che sfrutta le proprietà dei neuroni specchio: l’imitazione.

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Sono state ad esempio studiate le risposte corticali di persone che semplicemente osservavano azioni più o meno note svolte da altri, ad esempio movimenti di danza classica o di capoeira (Calvo-Merino et al.; 2005) o, in un contesto di apprendimento, provavano a riprodurre qualche azione nuova, ad esempio riprodurre accordi di chitarra (Buccino et al., 2004). I risultati hanno mostrato che il sistema specchio attraverso la simulazione interna dell’azione osservata è responsabile della comprensione delle azioni altrui. Ma non solo, è stata anche dimostrata la capacità del cervello umano di modificare un atto o un’azione motoria già presente nel repertorio dell’osservatore così che la nuova azione potesse assomigliare di più a quella di colui che ha eseguito l’azione (Rizzolatti, Fogassi, Gallese; 2001).

In altri termini, il meccanismo specchio risulta coinvolto non solo nell’apprendimento, ma anche nel perfezionamento e nell’adattamento del comportamento. Analogamente un contesto organizzativo che rileva processi relazionali interni in qualche misura disfunzionali può beneficiare del principio dell’imitazione per allenare nuovi repertori comportamentali più vantaggiosi che, prima di tutto, hanno bisogno di essere incarnati dai livelli più alti in un processo top-down.

L’analisi delle diverse situazioni e dei diversi elementi comunicativi ci rimanda a un fondamentale dato di fatto: qualsiasi sia la relazione o il contesto in cui ci troviamo, se curiamo la comunicazione e ci premuriamo di approfondirla, perfezionarla e renderla inclusiva con l’altra persona, saremo inevitabilmente proficui e ci sentiremo bene. Ricordiamoci che, per farlo, non possediamo solo le parole, ma abbiamo un vasto repertorio di strumenti, spesso molto più efficaci delle parole stesse. Usiamoli bene.

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Giacomo Rizzolatti si è laureato in Medicina e specializzato in Neurologia a Padova. É diventato Professore in Fisiologia Umana nel 1975. Professore Emerito, responsabile Unità di Neuroscienze del CNR di Parma. Membro dell’Accademia dei Lincei, Academia Europaea, Académie Francaise des Sciences, American Academy of Arts and Sciences e National Academy of Science, Royal Society e Istituto Lombardo.

Ha ricevuto il premio “Feltrinelli” per la Medicina il premio “Grawemyer 2007” per la Psicologia, il Premio Principe delle Asturie, e il Brain Prize for Neuroscience. Ha ricevuto Lauree ad Honorem dall’Università “Claude Bernard” di Lione, San Pietroburgo, Lovanio, Sassari, San Martin di Buenos Aires e Montevideo.

 


Trasformazione digitale

Trasformazione digitale e l'importanza della prossimità

Elena Beccalli, Preside della facoltà di Scienze Bancarie Finanziarie e Assicurative dell’Università del Sacro Cuore - Milano,  spiega al Sole 24 ORE che digitalizzazione e prossimità non sono in conflitto.

Nelle banche, l'interazione mediata dalla tecnologia diventa un luogo di prossimità a patto che si investa nelle competenze relazionali del personale. Creare rapporti duraturi con la clientela è un obiettivo che passa dalla creazione di fiducia, un elemento fondamentale per generare relazioni proficue.

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Mennillo empatia e gestione stress

Mennillo: «Empatia e gestione dello stress, così aiuto i giovani a costruire una finanza più responsabile»

Andrea Mennillo, banchiere d’investimento e Chairman di Fordham University London spiega al Corriere della Sera - sezione Economia- l’importanza di arricchire i percorsi universitari formando sulle competenze relazionali.

Partire dai giovani che si affacciano al mondo della finanza è un modo per costruire modelli di sviluppo sostenibili.

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Il piacere della condivisione nellillusione dei like Pattini

Il piacere della condivisione nell’illusione dei “Like”. Meglio apparire o essere autorevoli?

Contributor: Elena Pattini, PhD – Psicologa, VP Comitato Scientifico Kindacom

Il bisogno di relazionalità dell’essere umano lo spinge alla condivisione. E’ così da sempre.  Siamo esseri sociali e molte scoperte scientifiche lo dimostrano, basti pensare ai neuroni specchio come substrato fisiologico del comportamento empatico, oppure alla rete di connessioni cerebrali che compongono la default mode network che ci dimostra quanto il nostro cervello sia orientato alla relazione e al pensiero riguardante “gli altri”, anche quando non è impegnato in nessun compito cognitivo. 

Nell’era dei social network, la condivisione passa anche attraverso la sistematica pubblicazione di post e di commenti ai messaggi altrui. Quello che ci spinge a farlo è l’enorme gratificazione che deriva da un “like”: un feedback molto semplice che attiva i nostri meccanismi cerebrali del piacere e ci induce a ricercare nuovamente approvazione, in un meccanismo che può diventare potenzialmente pericoloso quando si sostituisce alla vita reale e alle relazioni reali o quando diventa l’unico metodo di compensazione a frustrazioni relazionali della vita concreta. 

Basta aprire qualsiasi social per notare un’abitudine piuttosto comune, ovvero l’utilizzo di citazioni di altri (poeti, autori letterari, personaggi famosi nel mondo imprenditoriale etc..) come didascalia di proprie foto o come “imprimatur” rispetto a eventi che si vogliono pubblicizzare. Il significato può non essere sempre pertinente, ma comunque il risultato è quasi sempre seducente per ottenere il consenso di chi legge. Così capita di trovare una citazione di Pasolini o di Pablo Neruda in calce, ad esempio, a una foto in costume da bagno, creando un po’ di confusione tra “sacro” e profano. In questi casi, quando la citazione è azzeccata e ben appaiata al contenuto del post, chi scrive sta comunicando di conoscere la fonte e di possedere una certa cultura. Tuttavia, così facendo, non si tiene conto di un particolare: utilizzare il pensiero di altri (seppure di chiara fama e in linea con il concetto che si vuole esprimere), mette in secondo piano o addirittura annulla il proprio pensiero, perché – appunto – l’attenzione viene dislocata sul pensiero prodotto da qualcuno che non è l’autore del post. L’effetto finale è arricchire l’immagine dell’autore citato, ma non di colui che ha scelto la citazione. 

Stessa situazione si verifica quando condividiamo (o “diffondiamo”) un post senza corredarlo di un commento che dica qualcosa di noi. Chi si trova a ricoprire una posizione di prestigio o comunque di responsabilità dovrebbe prestare attenzione alla propria autorevolezza anche sui social, prendendosi cura di come esporre il proprio pensiero e le proprie idee, senza utilizzare esclusivamente quelle di altri. Per farlo occorre conoscere bene i meccanismi dei social e della scrittura via social, differenti da quelli di altri contesti, che vanno dalla tempistica di pubblicazione, alle immagini da scegliere e ai temi di cui parlare. Nulla deve essere lasciato al caso, perché ad esempio un amministratore delegato che parla attraverso le pagine social della sua azienda o del suo brand, sta parlando di sé e contemporaneamente della sua organizzazione. 

Un tipo di comunicazione di questo tipo, se ben curata, rafforza l’autorevolezza di chi scrive fino a farlo diventare un opinion leader nel suo settore. Pensate ad esempio ad un CEO che riposta contenuti di altri sulla leadership: in questo caso sta comunicando qualcosa su cui è sicuramente d’accordo, ma non dice nulla di sé, come “produttore di pensiero”, approvando passivamente un’idea altrui.  Ma un manager in un ruolo di prestigio non può limitarsi a questo, deve essere coerente con la sua identità anche sul web e sui social, in modo da permettere a chi gli si accosta di capirne chiaramente i valori, gli ideali e la qualità dell’agire. 

Esporsi in prima persona ovviamente ha un rischio: quello di essere ignorati (“sono deluso perché il mio post ha preso pochi like”) o anche pubblicamente disapprovati, ma la disapprovazione è un’ulteriore occasione per dimostrare la capacità di mettersi in discussione e di sostenere il proprio pensiero. In entrambi i casi, la reazione comunicherà al pubblico la propria capacità di gestire il conflitto e la solidità delle idee manifestate, se sostenute con argomentazioni ben declinate, e quindi l’esposizione diventerà un’ulteriore possibilità per affermare la propria identità con autorevolezza e consapevolezza. Un concetto che vale per tutti noi, nella vita professionale e personale. 

Concludendo: sapere utilizzare le piattaforme social è una grande risorsa per un professionista, che può trasmettere il valore della propria identità e quello della propria organizzazione attraverso una comunicazione consapevole, senza bisogno di riciclare contenuti altrui o citazioni e senza cercare facili riscontri positivi allineandosi a contenuti applauditi dalla rete, seppur banali. Allinearsi alle dinamiche di un algoritmo può essere una tentazione forte ma molto rischiosa per la propria autorevolezza e per i propri obiettivi professionali. Si rischia di diventare una figura più decorativa che autorevole. Fare la differenza, qui come altrove, vuol dire esprimere un pensiero personale complesso, contestualizzato e argomentato in modo appropriato. 

E la valutazione della qualità del contenuto non dipende dal numero dei “like” che riceve, fortemente dipendenti dagli “umori” di un algoritmo, ma dal contributo che tale pensiero offre al progresso sociale ed economico di una comunità. Probabilmente non è un caso che piattaforme come Facebook e Instagram diano la possibilità agli utenti di nascondere i like. Quindi, a proposito di citazioni: “non dirmi cosa sai, ma dimmi chi sei”, come disse qualcuno.

Elena Pattini bio

Bio Elena Pattini, PhD

Elena Pattini, PhD, Psicologa e psicoterapeuta esperta in empatia e relazione. Dottore di Ricerca in Psicologia, Dirigente Psicologo-Psicoterapeuta presso il Centro per l’Adolescenza e la Giovane Età dell’Ausl di Parma. VP Comitato Scientifico Kindacom Scrittura Strategica. Per anni Assegnista di Ricerca presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma in stretta collaborazione con il Prof. Giacomo Rizzolatti. Psicologa dello Stress Management Lab di Parma dove si occupa di divulgazione neuroscientifica, analisi del comportamento non verbale e assessment psicologico. Professore a contratto presso la facoltà di Scienze Sociali Università di Parma. Membro del Comitato Tecnico Scientifico della Federazione Italiana Nuoto.


Teatro pubblico ed emozioni Remotti

Teatro, Pubblico ed Emozioni: “Noi siamo lo strumento, il suonatore e la musica”

LE CONVERSAZIONI DI KINDACOM – #1

MARGHERITA REMOTTI, Attrice


A cura di
Alessandra Irene Rancati

Questa conversazione con Margherita Remotti prende spunto proprio da qui e da Fata Morgana, il racconto teatrale, da lei stessa scritto e interpretato, della vita di Christa Päffgen, in arte Nico. Margherita, attrice professionista, tantissimo teatro e collaborazioni con il cinema e la televisione è stata allieva di Micheal Margotta, a sua volta allievo diretto di Lee Strasberg entrambi nomi di eccellenza del panorama teatrale internazionale.

Grazie a Margherita abbiamo toccato aspetti profondi della recitazione che ritornano spesso anche nel nostro lavoro di comunicazione strategica, come i timori, le modalità e i significati per un manager di esporsi pubblicamente, di coinvolgere il team, di costruire relazioni di fiducia con gli stakeholder. Abbiamo approfondito aspetti quasi intimi della professione dell’attore e del senso umano che vi è dietro, come il concetto di mettersi a servizio, di donare qualcosa al pubblico, di prepararsi a quello che si deve affrontare. Il teatro è un banco di prova che può aiutare a trovare molte risposte e a superare paure e limiti. Competenze ed esperienze utili in ogni professione. 

AIR: Margherita, nel mio lavoro di speechwriter affiora spesso con i clienti, anche con i più senior, il timore del palcoscenico. Tu come vivi il palco e la relazione con il pubblico? 

MR: Vi rivelo un segreto: stare sul palco spaventa anche gli attori! Per usare un’immagine un po’ forte, è come lanciarsi con il paracadute: per quanto ti prepari con cura non sai mai se tutto andrà bene. L’attimo prima di andare in scena è esattamente come il momento in cui ci si lancia dall’aereo, un po’ è paura e un po’ è eccitazione. Ma poi vai e voli. Tutti abbiamo paura dell’ignoto, è normale. Dopo averlo affrontato, però, ti senti bene, ti senti vivo. E’ su questo che bisogna concentrare l’attenzione. Quando si pensa al teatro si crede siano gli attori i protagonisti e il pubblico l’ascoltatore passivo di una storia. Invece, è proprio il contrario: il pubblico è il protagonista. L’attore è al servizio della storia e la storia è al servizio del pubblico.

Il concetto di servizio è alla base del nostro lavoro, perché il più grande scopo di un attore, o più in generale di un artista, è servire, ovvero emozionare, toccare l’anima attraverso la sua forma di arte, sia essa la recitazione, la musica, la pittura, la scrittura. Se “tocco” il pubblico ho fatto bene il mio lavoro e, per farlo, io stessa devo essere uno strumento, devo cioè farmi attraversare dall’emozione, devo accettare di non essere protagonista ma di essere a disposizione. 

AIR: Mettersi a disposizione, è un po’ come abbattere la barriera con l’altro, è un impegno. Questa posizione richiama un’altra paura molto forte per chi deve parlare in pubblico, cioè il timore di essere giudicati. Per alcuni è davvero difficile superarlo. Tu come lo affronti?   

MR: Grazie all’autenticità. Quando sei autentico, a quel punto il giudizio non conta. Quando sono in scena, la mia attenzione deve essere sempre sull’altro (il pubblico e/o gli attori con me) e mai su di me o sulle emozioni. Solo a quel punto le emozioni possono fluire creando una connessione fra me e il pubblico. Però, di fatto, non si supera mai totalmente la paura del giudizio, perché per quanto siamo bravi, c’è sempre una parte della nostra mente, anche piccola, che cercherà di captare dei segnali di critica o di consenso. L’importante è cercare, attraverso lo studio e la preparazione, di spostare la propria visione verso il significato più profondo della recitazione, capire cosa significa concentrarsi sull’altro. A me, per esempio, piace ricordare che la prestazione artistica è una forma di dono. Non a caso, in inglese si dice “to give a performance” allo stesso modo in cui si dice “to give a present”. Avendo questo concetto ben chiaro, studio, provo, mi preparo: l’unico modo che conosco per superare la paura del giudizio è infatti lavorare sulle mie competenze e far prevalere la voglia di vivere quell’esperienza unica data da ogni singola rappresentazione. 

AIR: A proposito di esperienza, i tuoi ruoli sono sempre ad altissima intensità emozionale. Come riesci a rappresentare emozioni così forti senza farti travolgere?

La vita è intensa e dobbiamo trasmettere ciò che siamo in maniera onesta e sincera. Non è possibile diventare in toto il personaggio che interpreti, è impossibile essere qualcun altro: il compito dell’attore è dare al pubblico l’illusione di essere quel personaggio, vivendo le circostanze immaginarie dove far scorrere le emozioni. Posso quindi dire che recitare è anche un atto liberatorio, perché nella vita di tutti i giorni indossiamo una maschera e, per assurdo, è proprio un personaggio che può darci l’occasione di ritrovare l’autenticità. Recitare è come un gioco, però le emozioni che rappresento sono mie, sono reali. Se rido o se piango, non sto fingendo, sto davvero vivendo una sensazione che mi fa ridere o piangere. Citando il mio maestro Michael Margotta, allievo diretto di Lee Strasberg: “noi siamo lo strumento, il suonatore e la musica”. 

Voglio che sia chiaro che io non sono le mie emozioni, io le vivo, loro mi attraversano, sono l’essere consapevole che le vive. Trovo divertente e rivoluzionario togliere la maschera e viverle  intensamente. Penso siano una minoranza le persone abituate a mostrare le proprie emozioni. La maggior parte le nasconde o addirittura le rinnega.  

AIR: Nel nostro lavoro di scrittura, non è ammesso alcun margine di errore, cosa che ogni tanto può farti “tremare la penna”. Tu lavori prevalentemente in teatro, un contesto dove non c’è spazio per errori e replay. Come convivi questo aspetto e cosa fai per superarlo?

MR: Personalmente, trovo affascinanti sia il cinema sia il teatro, ma in effetti, in teatro non c’è il regista che ti dice “rifacciamo”. Il cinema è molto guidato dal regista, che decide se la scena va bene oppure no. Il teatro invece è guidato dall’attore, non c’è lo stop. Quindi devi saper gestire imprevisti e situazioni, devi saper calare ciò che accade nella rappresentazione, facendolo tuo. La realtà, come nella vita, resta sempre la tua migliore amica. L’improvvisazione è una parte di questo mestiere, non si può pensare di pianificare tutto, anzi a volte l’imprevisto è una grande opportunità di fare ancora meglio. Devi studiare e approfondire bene. Come fate voi quando scrivete. La preparazione di uno spettacolo risponde alla classica metafora dell’iceberg: il 90% del lavoro è sommerso, mentre il pubblico vede solo il 10%. Le prove, le scenografie, i costumi, il testo, la scelta del regista, le musiche, le immagini non si vedono. E’ un’enorme macchina, che richiede un continuo fine tuning, come uno scrittore che rilegge e corregge le bozze. 

AIR: E di Nico cosa ci dici?

MR: Lo spettacolo su Nico è nato a Parigi proprio da un’improvvisazione, intorno alla quale è poi stato scritto il testo. L’idea è stata di ripercorrere la sua vita, dando risalto ai momenti salienti. La stessa Nico, nella prefazione del suo libro dice esplicitamente che la sua vita è stata banale e, quindi, se qualcuno avesse voluto rappresentarla doveva farlo attraverso i momenti più significativi. L’essenza raccontata in pochi oggetti, in musica e in immagini.

AIR: Chiudo con una domanda assolutamente non originale, ma sono sicura che la tua risposta lo sarà. Perché hai scelto di fare l’attrice?

MR: Molto semplice: penso di essere stata scelta, perché Dio ci dà dei doni e spetta poi a noi ascoltarci e decidere, eventualmente, di farli fruttare. Però non dobbiamo mai farlo per noi stessi, dobbiamo usarli soprattutto per gli altri. Don Fabio Rosini dice “se Dio ti ha fatto così vuol dire che gli servi così” e credo che riassuma bene lo spirito con cui vivo il mio lavoro, nella cui utilità credo profondamente. 

AIR: Grazie Margherita per averci donato qualcosa di te in questa conversazione. Mi porto a casa che, alla fine, tutti noi siamo “solo” un ponte verso il mondo esterno, abitato da coloro che ci circondano nella vita personale e professionale. Non siamo noi i protagonisti, ma devono esserlo i valori che ogni giorno comunichiamo e che formano l’identità unica di ciascuno. Da me e da tutto il team di Kindacom Scrittura Strategica, un sincero augurio per i tuoi progetti artistici. Al prossimo spettacolo! 

 

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Attrice Margherita Remotti

BIO MARGHERITA REMOTTI


Attrice, regista e autrice. Diplomata presso il Centro Teatro Attivo di Milano ha perfezionato le sue competenze presso l’Actor’s Center di Roma diretto da Michael Margotta (membro a vita dell’Actors Studio), dove ha studiato anche con Doris Hicks. Ha approfondito la tecnica Meisner con Tom Radcliffe ed è co-fondatrice della community Actors East a Londra. Dal 2012 è membro dell’Actor’s Center. È stata protagonista in spettacoli teatrali e film indipendenti. Nel 2017 è stata coprotagonista del film “Mothers” con Christopher Lambert e Remo Girone, diretto da Liana Marabini. Nello stesso anno, per il ruolo di protagonista femminile nel film “Shanda’s River”, regia di Marco Rosson, riceve a Los Angeles l’Actors Award come Miglior Attrice in un Thriller e un Award of Merit come Miglior Attrice Protagonista alla Accolade Competition. Dal 2012 insegna recitazione bilingue, in italiano e inglese.


Dal palcoscenico ai social Silvia Castrogiovanni

Dal palcoscenico ai social: quando l'esposizione del CEO diventa strategica

Contributor: Silvia Castrogiovanni – Founder Kindacom Scrittura Strategica

Da qualche tempo ogni anno viene pubblicata sui giornali di settore una particolare classifica dei “CEO più social”, ovvero degli amministratori delegati italiani più seguiti sui social network, in particolare su LinkedIn.

Ovviamente qui il ranking viene costruito sulla base dei follower e di altre metriche quantitative, mettendo in secondo piano elementi fondamentali come i contenuti e la qualità delle relazioni. Una analisi che comunque ci fa capire l’importanza che oggi riveste la comunicazione digitale anche nel campo professionale.

La rete e i social network rappresentano infatti un importante e consolidato completamento della comunicazione offline, che ha delle proprie regole e dei princìpi ben precisi. 

La comunicazione online di CEO e Top Manager, quindi quella diretta e non mediata da testate, giornalisti e media, permette di governare la percezione dell’azienda e la sua “reputazione”, quest’ultima intesa come la somma delle opinioni, giudizi e punti di vista nei confronti dell’azienda stessa. 

Nell’era della trasparenza e del brand activism, la reputazione è per tutti un importante asset che guida la costruzione e la difesa del business. Si tratta quindi di un aspetto delicato e complesso che ha bisogno di una strategia, di una progettualità, di obiettivi chiari e un’attività ben ponderata. 

LinkedIn è il canale dove solitamente transitano i temi più di qualità verso una platea professionale di alto profilo, quindi, chi occupa ruoli apicali ha ormai il dovere e la responsabilità di creare dibattito condividendo le proprie opinioni in modo da farsi conoscere, generare reputazione, autorevolezza e fiducia. 

Per questo, ritengo sia importante, per esempio, che i CEO di realtà chiave per le economie come quelle bancarie si esprimano in merito al proprio settore di riferimento in relazione agli avvenimenti attuali, andando oltre il semplice racconto delle iniziative aziendali, bensì esponendo pareri in grado di trasmettere valori e identità. 

In questo contesto è di vitale importanza fare la distinzione tra comunicazione attiva e passiva. 

Succede infatti che per molti CEO e Top Manager la presenza online si limiti a una comunicazione passiva, ovvero reagire a post e iniziative altrui; quindi, senza veicolare valori e identità come brand ambassador, ma neppure autorevolezza e reputazione, perché non viene espressa una propria opinione nei confronti di un tema attuale o sociale. 

Una comunicazione attiva sui social significa invece creare contenuti di qualità e postare sistematicamente opinioni e approfondimenti tematici, al contrario di quella passiva che è semplicemente mettere like, fare repost o consigliare post di altri. Una attività che, se predominante, rischia di essere riduttiva e poco qualificante. Comunicare in maniera attiva permette invece di mettere in prima linea i propri temi, avvicinare i propri stakeholder e ingaggiarli.

Come già accennato, si tratta di una attività da affrontare con attenzione, che non ha una ricetta per il successo buona per tutti: le strategie e le modalità cambiano caso per caso e spaziano in un mix di contenuti variegati che vanno dalle attività dell’azienda fino a pareri e opinioni. 

La voce del CEO diventa uno strumento in più di comunicazione strategica al servizio delle relazioni dell’azienda e un fattore protettivo della sua reputazione. 

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Bio Silvia Castrogiovanni
Esperta di comunicazione istituzionale, cultura d’impresa e di formazione nel settore delle competenze trasversali con un approccio basato sulle neuroscienze. Ha fondato Kindacom Scrittura Strategica dopo aver maturato una significativa esperienza nel settore bancario e finanziario. È laureata in Management Internazionale presso l’Università Cattolica di Milano.


Il corpo che conversa Rizzolatti

Il corpo che conversa, influenza, accoglie. Anche nella comunicazione digitale

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Contributor: Prof. Giacomo Rizzolatti

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Contributor: Prof. Giacomo Rizzolatti

Analizzando lo spettro degli effetti sull’interlocutore della comunicazione non verbale, che vanno dalla costruzione di legami fino al coinvolgimento vero e proprio, notiamo che, dal punto di vista del linguaggio del corpo, una comunicazione ambigua o contradditoria non massimizza le possibilità di ottenere risposte desiderabili dall’altro.

Una espressione sociale positiva come il sorriso, ad esempio, condivide il meccanismo specchio per cui sia nella situazione in cui sorrido, sia in quella in cui vengo osservato sorridere si attivano determinate aree cerebrali e nella fattispecie un’area denominata Corteccia Cingolata Anteriore (Caruana et al., 2015).

espressione sociale

Applicando questo principio all’ambito organizzativo o aziendale può ad esempio essere estremamente efficace per un manager dare un feedback negativo o critico utilizzando espressioni verbali e non verbali empatiche e sintonizzate con il sentire dell’altro, all’interno di una cornice relazionale positiva in cui dare spazio ai punti di forza accanto a quelli di miglioramento. In questo caso, infatti, il cervello del ricevente attiva le aree che favoriscono il senso di fiducia e lo predispongono ad una risposta positiva ed impegnata.

Oltre il corpo: le opportunità della comunicazione digitale

La pandemia Covid-19 ci ha lasciato l’abitudine alla comunicazione online e a distanza (call, video-call, mail e chat), un’eredità tanto confortevole e funzionale quanto di difficile gestione. 

Le comunicazioni virtuali o mediate e quelle face-to-face si differenziano per la presenza fisica dell’interlocutore. Quando c’è la presenza fisica le interazioni avvengono in un contesto costituito da indizi chiaramente percepibili provenienti dal corpo (postura, espressione facciale, gestualità, tono di voce), mentre nella modalità digitale mancano il contatto fisico e la visibilità.  

La domanda che nasce spontanea è quindi se questa mancanza del “corporeo” e di tutti gli elementi ad esso associati ostacoli la sintonizzazione e la comunicazione a qualche livello. 

E la risposta che diamo è: no, ma a determinate condizioni. 

La comunicazione mediata dagli strumenti digitali, proprio per la mancanza di chiari e forti indizi corporei, determina da un punto di vista neuroscientifico una attivazione del meccanismo specchio meno intensa, questo è certo. Nonostante ciò, le possibilità di risuonare con l’altro, sintonizzarsi e comunicare efficacemente sono garantite dall’uso proprio e consapevole, anche in questo caso, degli strumenti utilizzati e degli elementi comunicativi disponibili. 

le opportunita della comunicazione digitale

Il contesto organizzativo fa largo uso della comunicazione digitale e ciò che potremmo chiederci a questo punto è quale sia la modalità comunicativa da preferire per trasmettere e veicolare messaggi. Esistono mezzi digitali più efficaci di altri dal punto di vista della comunicazione empatica?

Tra i mezzi di comunicazione a distanza più utilizzati troviamo la Mail; un messaggio trasmesso attraverso le parole scritte e completamente privo di indizi fisici e possibilità di visibilità. Per questi motivi la decodifica e il riconoscimento delle emozioni, così immediati in presenza, sono qui piuttosto difficoltosi. Ci sono però alcuni elementi che aiutano e semplificano questo processo.

Similmente a quanto osservato nella condizione face to face, l’uso delle parole può essere anche nella comunicazione a distanza uno strumento strategico per creare sintonizzazione tra chi scrive e chi legge un messaggio. Infatti, leggere, e non soltanto udire, certe parole o espressioni metaforiche o evocative mette il lettore immediatamente nelle condizioni di “risuonare” con il contenuto verbale. Il nostro testo sarà quindi molto più impattante quanto più sapremo “far sentire le parole” dentro l’altro che legge. 

Molta importanza può avere anche la forma grafica che si sceglie di dare al proprio testo. Il carattere maiuscolo, ad esempio, comunemente viene utilizzato con la finalità di enfatizzare o dare rilevanza ad un passaggio nel testo. Da un certo punto di vista è così, il carattere maiuscolo attiva nel nostro cervello le aree visive che vengono coinvolte nell’elaborazione ortografica, ma allo stesso tempo compromette in parte la possibilità di attivare aree come quelle premotorie maggiormente deputate all’elaborazione fonologica e dei processi di più alto livello legati alla comprensione del testo (Choi et al., 2017). 

In altri termini l’uso del carattere maiuscolo nei testi rallenta o peggiora la qualità della comprensione e può generare facilmente fraintendimenti o impedimenti alla comunicazione. Non appare dunque una soluzione strategica e funzionale se il nostro intento comunicativo è trasmettere in modo chiaro un messaggio importante o rilevante.

Un’ulteriore strategia per enfatizzare il tono e il significato del messaggio di testo e comunicare più chiaramente al ricevente l’esatto stato d’animo o mentale è servirsi di icone emotive (emot-icon) come elemento di comunicazione non verbale alternativo all’espressione facciale, gestuale o posturale (Crystal, 2001; Rezabek & Cochenour, 1998; Constantin, Kalyanaraman, Stavrositu, & Wagoner, 2002). 

Alcune ricerche hanno dimostrato che la mancanza di segnali non verbali nella comunicazione virtuale, ad esempio il solo comunicare attraverso chat senza sentire il nostro interlocutore usare un tono della voce ostile, faceva sì che soprattutto durante i conflitti lo stato emotivo dell’interlocutore fosse sovra o sottostimato e portasse reazioni inappropriate (Sasaki e Ohbuchi, 1999). Questo dimostra come sia fondamentale costruire quanto più possibile un contesto coerente e multisensoriale attraverso e attorno al testo scritto per trasmettere messaggi (ed emozioni) chiari e puntuali che non lascino spazio a fraintendimenti.

In tal senso, uno strumento di comunicazione a distanza alternativo appare essere quello della Call telefonica o della VideoCall. In questi strumenti, a differenza della mail o della chat, sono relativamente disponibili sia la possibilità di visibilità, sia indizi fisici come lo sguardo, il tono di voce, la postura del corpo, ecc.; tutti segnali non verbali che rendono maggiormente accurato il riconoscimento dell’emozionalità e la sintonizzazione con l’altro. 

contesto interattivo umano

Si può dunque concludere che creare un contesto interattivo umano inclusivo ed empatico è un prerequisito che ci permette di trasmettere con più facilità i corretti aspetti relazionali insiti in un messaggio esclusivamente testuale, come una mail o una chat.  

Alla luce dei motivi descritti è però opportuno considerare che per comunicazioni che coinvolgono o richiedono un maggiore coinvolgimento emozionale (es. elogi o richiami) devono essere preferite modalità in presenza o, nell’impossibilità, a distanza blended, ovvero che permettano di trasmettere in modo chiaro anche i segnali non verbali. 

Ricordiamo che in ogni messaggio vi è una parte di contenuto e una parte di relazione, data dal modo in cui il messaggio viene trasmesso. Ed è quest’ultima che qualifica e dà forza al contenuto.